Una historia sencilla es lo que promete el título de este libro pero no hay nada más alejado de la realidad. Una enigmática llamada a la comisaría de policía de una pequeña ciudad de la isla de Sici
Era convinzione profonda e ben fondata di Sciascia che fra i caratteri peculiari della sua terra vi fosse una certa refrattarieta dei siciliani alla religione cristiana, paradossalmente confermata dalla profusione delle forme di culto religioso. Tesi non popolare perche duramente vera. E capito a Sciascia di imbattersi, per quella casualita in cui alla fine riconosciamo il solo ordine possibile, in una vicenda realmente accaduta a un vescovo che sembrava riproporre in una sequenza di eventi qualcosa di molto affine al giro di pensieri che lautore era andato a lungo maturando. Si trattava della storia di monsignor Ficarra, vescovo di Patti, che fini in contrasto col Vaticano per la sua scarsa malleabilita politica e anche per laudacia di certe sue tesi sulla religiosita (e irreligiosita) siciliana. Come sempre in Sciascia, una storia realmente accaduta viene attraversata da una luce che permette di riconoscere con nettezza il dettaglio significativo e trasforma il tutto in un apologo, per dirci sulla Sicilia e sulle sue oscurita qualcosa che invano cercheremmo altrove.
«Forse è a questa storia minima che io debbo l'attenzione che ho sempre avuto per la grande» scriveva Sciascia a proposito di questo libro. Pubblicato nel 1984 e qui riproposto con l'aggiunta di altre voci, che Sciascia aveva accumulato negli ultimi anni, Occhio di capra è forse la più agile e acuta introduzione alla civiltà siciliana che possiamo leggere. Il fondo è il più ricco e misterioso: la lingua. E Sciascia la indaga amorosamente, riconoscendo nei più bizzarri modi di dire la concrezione di interi racconti, di oscure intuizioni metafisiche, di temi favolistici. Così è nato questo libro, che Sciascia intendeva anche come omaggio, derivante quasi da un eccesso di conoscenza («Ho detto che mi pare di conoscere il paese anche nei suoi silenzi»), a Racalmuto, a quell'«isola nell'isola» dove «si ama più tacere che parlare» e perciò «quando si parla si sa essere precisi, affilati, acuti ed arguti».
Abdallah Mohamed ben Olman, ambasciatore del Marocco, si trova a Palermo nel dicembre 1782, per via di una tempesta che ha fatto naufragare la sua nave sulle coste siciliane. È questo il caso che fa nascere, nella mente dellabate Vella, maltese, e incaricato di mostrare allambasciatore le bellezze di Palermo, un disegno audacissimo: far passare il manoscritto arabo di una qualsiasi vita del profeta, conservato nellisola, per uno sconvolgente testo politico, Il Consiglio dEgitto, che permetterebbe labolizione di tutti i privilegi feudali e potrebbe percio valere da scintilla per un complotto rivoluzionario. Cosi dallansia di perdere certe gioie appena gustate, dallinnata avarizia, dalloscuro disprezzo per i propri simili, prontamente cogliendo loccasione che la sorte gli offriva, con grave ma lucido azzardo, Giuseppe Vella si fece protagonista della grande impostura. Pubblicato per la prima volta nel 1963, Il Consiglio dEgitto e in certo modo larchetipo, e il piu celebrato, fra i romanzi-apologhi di Sciascia, dove lo sfondo storico della vicenda si anima fino a diventare una scena allegorica, che in questo caso accenna alla storia tutta della Sicilia.